Bio

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Adriano D’Aloia è nato a Milano nell’estate del 1980 e vive di scritture. Studia e insegna teorie del visibile e del sensibile all’università. Radica la propria ricerca poetica nei temi della memoria, della percezione e dell’espressione umane. Ha pubblicato opere di poesia in forma di libro, plaquette d’arte e in antologia. Le sue poesie hanno vinto alcuni premi letterari nazionali. Ha partecipato con i propri reading a eventi e festival locali e nazionali.

Panel 1

Un inedito

Una fiamma incandescente fomenta le nubi
rivolte a tempesta dove il giorno è concluso
e comincia il fiume linea nera
curva ansante mesto umore della notte
acqua rimestata nel limaccio e immensa aorta
linfa mortale del corpo pianura
dalle pendici degli occhi
fino al passaggio, fino alla porta
della nostra ragione
nel varco dietro il precipizio della cascata
nella casa che ti abita il grembo
un vaso di selva sul tavolo
e le tue gambe radici avvinghiate
alle sponde del letto del fiume
vita che viene a eterna luce
vita in agguato
belva nuda sotto le piume.

2011

Panel 2

 

Panel 3

Di terra in aria

Si dice, in certe zone del Sud, che gli uomini e le donne che lavoravano la terra, specialmente durante la stagione della mietitura, venissero, per caso o predestinazione, morsi dalla tarantola. Una volta colpita da tal bacio velenoso, la vittima cadeva in uno stato di scalmanata follia. Il morso non era mortale, ma portava a un allarme nel petto e alla frenesia del corpo, della mente, dell’anima. Guarire? Si poteva, ma era cosa complessa: una giornata intera di danza solitaria e la buona luna di un santo.

Ora, chi può dire se il morso colpì la donna che poi guarì (perché era amore, non era morte), l’uomo che poi morì (perché era il tempo, non il morso) o il poeta che si immischiò (perché era la vita, non le parole)? Dal paese accanto si mormora ancora che a esserne colpita fu la popolazione intera, salita dapprima sui terrazzi a curiosare ma poi scesa in piazza per partecipare al rito della liberazione.

Di quegli avvenimenti narra questa semplice storia: di un morso e di un morto, di eventi sopra e sottosuolo, di veleno e baleno, di aratro e baratro, di miti e mietiture, di raccoglimenti e raccolti, di riti magici e radici, di superstizione e risurrezione. Di memoria passata e futura. Per mantenere viva tale memoria, ancora oggi gli anziani raccontano che per ogni contadino che abbia lavorato la terra per un certo numero di anni c’è un ulivo in attesa. Non appena il contadino oltrepassa il confine dei vivi, il tronco prende la fisionomia del suo volto. Così da sempre si perpetua il legame fra la terra e l’aria.

 

le rondini in turbine smussano il tufo
e un prete urla il suo sermone all’interno
di fuori la facciata si consuma a sua insaputa
e le comari si lamentano sedute
sulle porte al confine della piazza –
da qui si guarda il cielo e vede il mare
nell’entro della terra anche i morti si stringono
per far posto ai nuovi arrivi
allargare la conversazione a un nuovo tema:
le maree e i venti caldi di scirocco
i fuochi, gli artifici, i tamburi e santo Rocco –
fra le mani nodi rughe degli ulivi
il vento stura l’anima dal corpo
e tramuta i tronchi vuoti in tronchi vivi

da Di terra in aria (Interlinea, Novara 2008)

©  Foto e testi Adriano D’Aloia

D'Aloia cop

Panel 4

Non chiedete a questo poeta d’esser facile, seducente. Chiedete piuttosto che mito, che storia, che verticale dei volti e dei fatti ritrova con le dita della poesia. Chiedetevi dove va a parare questa vicenda di versi tutta intessuta di grande e nudo passato, e di furioso presente. E nel testo inseguite le figure e le controfigure di una faccenda che riguarda esclusivamente l’autore, ma così in profondità da offrirsi come matrice possibile per la lettura della storia di tanti lettori. Detto in altro modo: uno che prende sul serio, maledettamente sul serio la terra della sua vita e i germogli, così da obbligare qualsiasi lettore a scavare dentro la terra della propria esistenza. Insomma, siamo davanti a un poeta che cerca la propria voce mentre cerca la propria storia, la terra, l’ombra duratura dei profili di cui è tessuto il suo profilo, in una parola: l’eredità.

Non chiedetegli le bolle di sapone dei facili sentimenti. Non chiedete la poesia che ha trovato nel secolo scorso e all’inizio di questo le proprie terribili smentite, la poesia saponetta, la poesia orpello, la poesia in cerca del consenso. La poesia che mette avanti le piume. Qui no. Sentirete un irrigidirsi. Che non è solo il tipico irrigidimento della giovanile baldanza nel momento della prima prova. E che non è solo la prudenza di un movimento tra avvisaglie di difficoltà, di trappole impervie e di distrazioni che con l’esperienza, e la lotta a furia di ferite il poeta imparerà a vincere. No, è anche e soprattutto un rigore. È anche, e soprattutto, la ricerca di un favore profondo, di un accordo, se possibile, tra l’ombra che si scopre gigantesca di una storia da cui si proviene, incisa in apparizioni, in memorie baluginanti, in parole, e una presente che febbrile si cerca di decifrare. La ricerca di una unità di destino.

Nel suo percorso narrativo e rabdomante il libro di D’Aloia procede per acquisizioni non pacifiche. Non è una tranquilla risalita. Ma una conquista del senso del presente. E come il presente non è una astrazione – ma tremito di amori, violenza di scoperte, sfaccettature di incontri – così anche il passato non è un’idea, bensì il forte ripresentarsi di figure, di rituali, di emblemi. Così questa poesia, che si presenta asciutta, poco incline alla musica, e quasi scontrosa in certe ruvidità della lingua, compie il suo lavoro senza fare sconti alla vita, ma chiamandola tutta. E se rastremato appare lo stile con cui si dà figura in versi alle occasioni, ai colloqui, alle presenze anche affettivamente più cariche, quel che emerge infine è un disegno dalle tinte fortissime, quasi violente per la luce di necessità che lo investe. Non sta, D’Aloia, disegnando l’ennesimo ghirigoro di un diario sentimentale come molti, troppi poeti della sua generazione vanno compitando. Cerca piuttosto di mordere la pietra, di essere un romanico scalpellino di mestieri e di visioni, come quelli che resero realiste e sognanti le nostre cattedrali.

Il secolo novecentesco ci ha messo in guardia dalla finta opposizione tra biografismo e assenza dell’autore. Troppo persuasiva la voce di Eliot, o d’altra parte del suo amato Baudelaire, vero starter del secolo magnifico e terribile della poesia, o più su verso di noi, troppo forti e trascinanti le voci di Luzi, o dei diversi Caproni o Bonnefoy o di Murray o di Walcott, per presumere che una mera, fintamente avanguardistica scomparsa dell’io fosse garanzia di una voce libera da diarismo sterile. Non si trattava di quello. Dietro a chiacchiere sulla presenza del pronome “io” nel farsi del testo, si agitava piuttosto una crisi profonda, che riguardava la natura stessa, il contenuto, per così dire, di quel pronome misero e supremo. Da cielo a terra sta l’estensione dell’io. Come soggetto, ma non come padrone della scena. Si tratta – come hanno saputo fare quei poeti fioriti alla fine del secolo in modo mirabile – di procedere a una riacquisizione della coscienza di cosa è: io. Spogliata dei sogni di po tenza che si sono trasformati lungo più di un secolo in sogno della scienza, sogni delle ideologie, sogno della politica, e infine sogno della autoanalisi. All’inizio del secolo, si può dire, l’“io” ancora sfugge a tutte le definizioni in vigore nel secolo che ci ha preceduto. Non resta dunque che scavare, a mani nude, con la nuda voce dei movimenti primari – come in Luzi, in Murray, in Walcott –. Un lavoro che non a caso rilancia all’indietro nelle memorie collettive e personalissime. Nella ricerca di quella forza che a un certo punto dice “io” ma che non mi appartiene.

In questa luce di tentativi, di erranza e di sbigottita fiducia, in questa perplessità intesa come movimento che va verso lo scioglimento e non verso la paresi, si muove il libro di D’Aloia. Iniziale, e però segno definitivo di un destino di poeta ormai abbracciato irrimediabilmente.

DAVIDE RONDONI
Presentazione a Di terra in aria (Interlinea, Novara 2008)